storytelling

061 Storytelling e startup: come usare la narrazione per l’elevator pitch – di Silvia Floris

Storytelling e startup è un binomio vincente? Abbiamo preparato un contenuto extra: un prontuario sintetico e succoso in 8 punti, su come usare la narrazione per il vostro elevator pitch!

065 La bicicletta di Jovanotti: una contro-narrazione sul colore

Le storie e i colori come interagiscono. Dalla bicicletta di Jovanotti al gelato rosa della Magnum: due narrazioni agli opposti

Non so cosa abbiate fatto voi appena usciti dal lockdown, ma io ho portato mio figlio Enea a fare una passeggiata.  Mi sono trovata così di fronte a un fatto apparentemente banale, ma che mi ha portata a voler approfondire l’argomento dal punto di vista del marketing e della comunicazione, ma anche storico culturale.

Come crei una presentazione di impatto con lo storytelling?

Con questo articolo completo la trilogia dedicata allo smart working, alla comunicazione efficace e ora alla presentazione del proprio lavoro grazie ai corsi sostenuti all’Università di Leeds, che ho voluto condividere con i lettori di Storybizz.

AL – Your Change® Canvas di Alessandro Lotto: presentazione

Your Change® Canvas nasce dalle esperienze di Alessandro Lotto come temporary manager all’interno di aziende complesse, come imprenditore di due società (Tailor Music srl, Commusications Rain Ltd) e come conoscitore appassionato delle scienze della narrazione.

LA- Esercizi di recitazione (StoryVoicing #05)

Provate a migliorare il vostro modo di parlare con questi esercizi di recitazione.

 

Esercizi di recitazione: a cosa servono?

Nel precedente appuntamento di StoryVoicing vi raccontavo chi è e cosa fa un voice actor, ossia un attore vocale.

Un attore vocale è colui che recita con la voce.

Ma perché è importante saper recitare per parlare bene?

Tutto ha a che fare con la capacità di incanalare le proprie emozioni e utilizzarle per dare “sapore” e “corposità” a ciò che si dice, pur rimanendo spontanei e credibili.

Trovo che il “parlare bene” sia strettamente collegato al “saper raccontare“, dunque al concetto di storytelling, e per raccontare bene con la voce bisogna saper calibrare la propria emissione, avere una dizione pulita e chiara, scegliere il tono giusto a seconda del mood da trasmettere, e così via.

Ecco perché, a mio avviso, per parlare bene occorre saper recitare almeno un po’.

Nel mio particolare percorso da comunicatore ho esplorato più volte il mondo della recitazione attraverso corsi di dizione, laboratori teatrali, spettacoli portati in scena e naturalmente il mio mestiere di voice actor che svolgo dal 2016.

In queste mie esplorazioni ho assimilato e messo a punto un po’ di tecniche per “parlare bene” (anche se non si finisce mai di imparare!), che mi sono state trasmesse nel tempo da diverse fonti e che, per la prima volta, ho l’occasione di condividere a mia volta.

Ed ecco, dunque, che ho preparato per voi qualche esercizio di recitazione per aiutarvi a migliorare da oggi stesso il vostro modo di comunicare con la voce.

 

Dizione, articolazione, interpretazione

La recitazione, ai fini di questo progetto (ossia rendere più efficace il nostro parlato), può essere scomposta nei seguenti aspetti:

  • dizione, o per essere più precisi ortoepia: la pronuncia corretta delle parole
  • articolazione: il modo in cui muoviamo la bocca e la lingua per emettere i suoni
  • interpretazione: le emozioni che vogliamo trasmettere

Piccolo spoiler: per la dizione ci vorrebbe un intero corso o manuale (e nell’episodio ve ne consiglio uno, ma potete sceglierne anche altri).

E’ un argomento piuttosto lungo e articolato, impossibile da trattare con solamente un paio di regolette o esercizi.

Ma non scoraggiatevi!

Tutto si può fare, specie se riuscite a seguire un corso di dizione con un docente qualificato che vi darà esercizi e, soprattutto, saprà indicarvi gli errori che (inevitabilmente) compirete.

 

Quanto al resto, spero troviate utili gli esercizi di articolazione e interpretazione che vi propongo in questa sede.

Non sono che un punto di partenza, ma li trovo particolarmente efficaci e in grado di dare già dei primi ottimi risultati per migliorare il proprio modo di parlare.

 

Insomma, non resta che invitarvi a premere play!

Trovate, come sempre, l’episodio nel player in alto in questa pagina, oppure su Spotify e su Spreaker.

 

Buon ascolto!

AL – Carta 5C – Le persone

Le persone

Siamo arrivati all’ultima carta: quella dal titolo ‘le persone‘. Si colloca all’ultimo passo del viaggio, quello del ritorno a casa. Al livello più profondo, quello esistenziale/emozionale.

E’ la destinazione finale del viaggio vissuto, il più distante dai dati e dalle politiche.

Proviamo a ripercorrerlo immaginando di rivolgerci ad un immaginario protagonista. Ha iniziato il percorso accettando la chiamata all’azione in nome dei suoi ‘difetti fatali’. Difetti che ritiene, a ragione, essere la sua fonte di energia primordiale, quella energia a cui attingere nei momenti di difficoltà. Energia necessaria per partire, per affrontare un mondo nuovo, un’altra volta…

E’ un mondo il cui immaginario è definito dal suo sistema di valori, gli unici ad essere immutabili, e che quindi possono assicurare a te e alle persone  – che lo accompagneranno – solidità e coerenza.

Il cambiamento

E’ con questa solidità e coerenza, che affronterà i guardiani della soglia, gli avversi al cambiamento, che possono bloccare il suo percorso. Questi provano la rabbia di chi sente che il cambiamento farà loro perdere qualcosa a cui tenevano… tanto.

Il modo con cui intende gestirli, sarà di averne rispetto, non solo di loro ma anche della loro rabbia, perché è espressione del fatto che ci tengono. Punto.

Lungo il difficile percorso del cambiamento il modo con cui sceglie di mantenere la via è quello della cura delle persone, in rapporti uno a uno, avendo la responsabilità di quei singoli con i quali ha contratto ‘accordi psicologici’, scritti con una parola o una stretta di mano. Perché è convinto che saranno questi ad essere a loro volta i leader quando ne avrà il bisogno.

Ed ora siamo arrivati a questo ultimo passo, quello del ritorno a casa.

Il ritorno a casa

Deve essere progettato fin dal primo giorno. Non è determinato dal raggiungimento di un numero o di un particolare tipo di organizzazione ma è definito dalle persone stesse.

Quelle che ti assicureranno che il cambiamento si manterrà anche senza il tuo controllo, il cui comportamento sarà perfettamente allineato con quanto l’organizzazione necessita. Per il semplice fatto che non hai imposto loro una cultura o una organizzazione.

Al contrario, cultura e organizzazione si sono piegate attorno a loro, alle persone di talento e di dedizione, che quindi potranno esprimere la loro energia e la loro intelligenza al meglio, senza che serva il controllo, senza che serva nemmeno la tua presenza permettendoti di ritornare a casa.

Qui termina quello che può sembrare un racconto utopico e idealista, incompleto per essere la storia di un reale cambiamento organizzativo.

Attenzione però che il racconto vissuto da un immaginario protagonista, il cui viaggio si sia realizzato unicamente sul livello dei dati/informazioni o unicamente sul livello politico/relazionale, apparirà altrettanto incompleto.

Your Change Canvas

Il punto è che il Canvas rappresenta un insieme di 15 aree, le quali devono tutte essere presidiate, e una persona sola non potrà mai risucirci.

Serve un team di persone per poter governare tutte le aree; persone che abbiano diversi approcci, sensibilità e linguaggi.

Proprio quelle differenze, che in tanti progetti di cambiamento, sono stati motivo di conflitto e di rottura.

Your Change Canvas permette di fare emergere queste differenze e di dargli un ruolo completamente diverso.

Agli occhi di ognuno le differenze con l’altro si riposizionano in capacità di presidiare aree distanti di una stessa mappa. Tutti si è collocati, tutti devono attraversare il percorso per arrivare alla fine del viaggio comune.

Siamo arrivati così alla fine del nostro viaggio di illustrazione di Your Change Canvas ma pronti ad iniziare ad usarlo per i nostri obiettivi di business, elevati e ambiziosi…
Testi e Voce narrante – Alessandro Lotto

Testo originale sigla – produzione – montaggio – redazione a cura di Storybizz

Jingle inziale – Andrea Usai – Wogiagia

AL – Carta 5B – La cultura nuova

La cultura nuova

Decidere di tornare a casa da un viaggio, specie se si è nelle condizioni di farne a meno e poter rimanere nel luogo, che si è raggiunto con tanta fatica, è una scelta difficile, quanto quella di dare inizio al viaggio stesso.

Ma è necessario non solo farlo ma addirittura progettarlo fin dall’inizio, con la massima cura, che definisce l’esatto momento nel quale il tempo di tornare è finalmente arrivato.

La carta precedente si riferiva agli ‘strumenti’ e metteva fine ad un viaggio dominato da temi pragmatici: metriche, dati, numeri, piani industriali.

La carta della cultura nuova, al livello delle ‘relazioni, termina un viaggio definito da un linguaggio, nel quale i termini più usati si riferiscono all’insieme delle persone.

Sto parlando della squadra, degli stili di leadership, dell’energia organizzativa, della comunicazione del senso.

Quest’ultimo punto in particolare si riferisce a quel tipo di senso, che si comunica in situazioni one-to-many. Quando il racconto dominante del cambiamento è in mano ad una singola persona, che comunica attraverso atti quasi ‘performativi’.

Plenarie oppure eventi creati appositamente.

Il leader 

Il centro è quindi il leader, termine con il quale non necessariamente si intende un leader accentratore, ma un soggetto, che si prende la responsabilità del viaggio da compiere, senza delegare la responsabilità al dato o ai singoli.

Ecco perché questo ritorno a casa è particolarmente difficile. La tentazione, da parte del leader, di rimanere il protagonista del viaggio non permettendo che arrivi al termine, è particolarmente forte.

E’ il leader, che deve decidere di non esserlo più e lasciare che l’organizzazione prosegua da sola, in un nuovo involucro, una sorta di scafo la cui struttura le permetta di affrontare in indipendenza il futuro.

Il tema è quanto questo involucro sia veramente indipendente dal leader e che non affondi nel breve o medio termine in assenza di questo.

Lo spessore di questo scafo è definito da quella che viene solitamente chiamata con il nome di ‘Cultura Aziendale’.

Un termine con il quale si definisce quell’insieme di abitudini, rituali, usi, valori, spazi, linguaggi, processi informali, dove le persone hanno la percezione di essere parte di un organismo terzo dotato di una sua vita indipendente.

Si potrebbe quindi sostituire la popolazione di un’intera organizzazione e i nuovi componenti tenderebbero a comportarsi nella stessa maniera di quelli precedenti.

A riguardo si possono distinguere due tipi di cambiamento di cultura:

  • nel primo è possibile mantenere i fondamentali della cultura dominante corrente, aggiungendo o modificandone degli elementi;
  • nel secondo è necessario cambiare radicalmente quel set di attributi, che definisce una cultura in essere.

Il cambiamento radicale può essere dovuto ad un altrettanto radicale cambiamento delle esigenze del mercato di riferiemento o a causa dell’ingresso nel mercato di un category killer (come può essere stato Ikea per il business dell’arredamento).

La distinzione in termini più tecnici tra l’uno e l’altro può essere fatta in termini di contesto complicato o complesso.

Il primo tipo di cambiamento può riferirsi a contesti complicati, nei quali la soluzione non deve necessariamente cambiare il contesto di origine. Nel secondo caso, il problema è complesso. Risiede nel business model complessivo di una organizzazione e necessita un intervento più ampio. In questi casi la soluzione deve puntare al contesto nel quale si colloca il problema, più che al problema stesso.

Si potrebbe pensare che un cambiamento radicale di cultura implichi operare un turnover completo delle persone di un’organizzazione, ma il caso che vado a raccontare mostra che non sempre è necessario.

 

Il caso

Si tratta di un’azienda del settore delle calzature da uomo di media-alta gamma.

Ha più di un secolo di storia e ha sempre puntato sullo stesso target: l’uomo elegante e raffinato la cui vita sociale prevede numerosi eventi mondani. Galà, teatro, cene istituzionali, eventi, che richiedono una calzatura sofisticata e particolare.

Ha vissuto più passaggi generazionali, che non hanno mai avuto la determinazione di diversificare i destinatari, chiaramente destinati a ridursi, per il progressivo invecchiamento della clientela storica sempre meno incline a partecipare ad eventi.

Il problema, dal punto di vista dell’imprenditore, era che l’intera organizzazione dalle vendite all’ufficio stile, al back office non era in grado di affrontare nessun altro tipo di cliente. Lui stesso era ingabbiato dalla cultura dominante, che i suoi precedessori avevano creato.

Sono bastate poche interviste al personale per capire che in realtà non c’era nessuna gabbia ‘culturale’ e che tutti erano pronti a cambiare abitudini, comportamenti pur di attuare un cambiamento da troppo tempo procrastinato.

L’unica gabbia era l’imprenditore stesso, che doveva essere cambiato.

A questo è stato suggerito di vendere la maggioranza dell’azienda al management esistente, che ha ricostruito da zero i processi valorizzando il brand storico associato alla iconica ‘bella vita’ su un target più giovane e con elementi di stile più vicini alla moda attuale.

L’operazione ha energizzato un’organizzazione – ormai depressa – salvandola dalla chiusura certa.

 

Sul retro della carta una domand, che stimola una riflessione sulla connessione che esiste tra cultura e persone:

La cultura soppravvive alle persone?

 

Testi e Voce narrante – Alessandro Lotto

Testo originale sigla – produzione – montaggio – redazione a cura di Storybizz

Jingle inziale – Andrea Usai – Wogiagia

AL – Carta 5A – Gli strumenti

Gli strumenti

Il ritorno a casa, è l’ultimo dei cinque passi di Your Change Canvas nel monomito o viaggio dell’eroe…  e gli strumenti, rappresentano la prima carta sulla linea narrativa del ‘dato’.

Il momento del ritorno a casa è caratterizzato dalla tentazione da parte dell’eroe di rimanere nel mondo nuovo, che lui stesso ha contribuito a costruire. E’ una tentazione che porterebbe a non sfruttare quanto imparato dal viaggio, dal superamento delle difficoltà e dall’aver saputo affrontare gli ostili.

E’ necessario, in realtà, tornare, metaforicamente, al mondo dal quale si è partiti per rendersi davvero consapevoli di quanto realmente si è ottenuto e poter utilizzare gli strumenti speciali, che ci si è guadagnati.

In termini pratici, il ritorno a casa significa fissare il momento nel quale il progetto è ritenuto terminato definendone il successo o meno.

In realtà, nelle organizzazioni spesso non si mette mai la parola fine ad un progetto… che si trova quindi in uno stato di indefinita ottimizzazione. Continua per anni, arrivando al punto che i più non ricordano nemmeno il senso del cambiamento stesso. Cambiamento che invece è definito proprio dalla sua fine.

Gli strumenti

Change management

Nella letteratura tradizionale del management, il ritorno a casa, si associa con il ‘freeze’ (congelamento), ovvero il momento nel quale i cambiamenti devono essere ‘congelati’ per evitare che si torni indietro.

Freeze che segue l’unfreeze ed il change nel celebre quanto sintetico framework del cambiamento di Kurt Lewin.

Kotter nel suo Leading change lo chiama invece ‘make it stick’ (fallo attecchire).

Comunque lo si chiami, se non realizzato con cura, tutto il lavoro fatto verrà perso nel momento in cui si rilascia la tensione permettendo, come ad un elastico, all’organizzazione di ritornare al suo stato iniziale.

Come congelare allora il cambiamento in modo che all’allentare della tensione l’organizzazione mantenga la forma che gli è stata data con tanta fatica?

Questo passo ha a disposizione diversi approcci, tre carte, di cui quella in oggetto, gli strumenti, è collocata sulla linea narrativa dell’informazione.

E’ la carta scelta tendenzialmente da chi ritiene che il problema affrontato – e superato se siamo in questa fase – è un problema ‘complicato’. Può essere risolto con l’analisi ed il raziocinio di una mente pragmatica.

Non sorprende quindi che la fissazione del cambiamento, che permetterà il ritorno a casa, sia immaginato quindi in termini di strumenti, quali per esempio:

  • procedure
  • processi
  • istruzioni
  • sistemi informativi
  • reporting
  • controllo di gestione

Chi sceglie questa carta tende ad immaginare una cultura aziendale, potenziata da strumenti organizzativi, il cui uso, se veramente entrati a far parte delle abitudini dell’organizzazione, rappresentano il cambiamento stesso.

 

Il caso

Non sempre l’introduzione di strumenti gestionali è sufficiente a garantire che il cambiamento permanga.

Questa volta non racconto una storia in particolare, ma una storia che si ripete da sempre, in moltissime aziende, e che ha sempre lo stesso copione.

Si tratta delle aziende che vogliono introdurre la cosiddetta lean production, nota anche come ‘Sistema Toyota’ dal nome dell’azienda che l’ha sviluppata internamente con enorme successo.

La lean production è caratterizzata dall’essere dotata di numerosissimi ‘strumenti’ gestionali (c’è chi ne ha contati fino a 100), ognuno dei quali si è dimostrato potente nel gestire un particolare tipo di ottimizzazione.

Le 5S per l’ordine, il metodo Kaizen per il miglioramento continuo, l’Hoshin Kanri per la governance.

Sono veramente tanti e la tentazione piuttosto diffusa tra i manager dediti a questa disciplina è proprio quella di applicarne molti più di quelli che l’azienda è in grado di gestire.

E’ frequente trovare aziende che durante il presidio dei lean change manager mostrano impressionanti miglioramenti in termni di velocità di consegne, spazi utilizzati, lotta agli sprechi, comunicazione interna, etc.

Questi miglioramenti rientrano però velocemente non appena i change manager esterni escono dal progetto, a meno che questi non si siano assicurati la presenza di un vero cambiamento culturale interno da parte di un adeguato numero di agenti del cambiamento interni.

Interessante notare che i casi di successo si riferiscono in gran parte ad aziende che ‘carnificano lo strumento’ stabilizzando in azienda un agente del cambiamento.

 

La morale

Per ricordare quanto sia pericoloso innamorarsi degli strumenti invece che degli obiettivi sul retro della carta:

Gli strumenti sono un fine oppure un mezzo?

 

Testi e Voce narrante – Alessandro Lotto

Testo originale sigla – produzione – montaggio – redazione a cura di Storybizz

Jingle inziale – Andrea Usai – Wogiagia

066 Intervista a Carlotta Silvestrini – Rebranding e narrazione

Oggi per #Storybizz Carlotta Silvestrini ci parla di come la narrazione può essere molto utile per un’attività di rebranding e quali sono i punti di forza di RBHQ, la sua società di consulenza.

AL – Carta 4B – Il senso

Il senso

La carta, Il senso, sulla linea narrativa del cambiamento in Your Change Canvas di Alessandro Lotto, indica la più importante delle famose 5 W che definiscono un avvenimento. Who, What, Where, When and… Why.

Il Why, il perché di quello che sta accadendo.

E’ sorprendente quello che le persone sono in grado di fare quando si comunica il motivo di ciò che si chiede loro di fare. Molti non desiderano una mappa del territorio dove muoversi, ma un Leader che esprima cosa è necessario fare per raggiungere quel ‘perché’, quel senso.

In un contesto simile, il Leader non è necessariamente una persona che comunica in una modalità ‘uno a molti’ ma può essere anche una sorta di architetto dei contenuti e del sistema di comunicazione con cui un’azienda mette in connessione tutte le sue persone. Un’architettura i cui elementi sono riunioni, mail, speech, macchina del caffè… per generare messaggi coerenti e condivisi.

Per quanto l’architetto sia bravo, comunque, non sempre va tutto liscio.

Quando esiste una persona o un piccolo gruppo di persone, che hanno esplicitamente il compito di fungere da guida al cambiamento (un responsabile di funzione dell’area interessata, un temporary manager esterno, l’imprenditore stesso, un consulente).

Ecco allora possono crearsi due elementi di rischio:

 

Il senso

 

  • Il primo viene dal basso. Si tratta del fenomeno della narrazione del cambiamento costruito ‘socialmente’: le numerose interazioni che le varie persone hanno nel posto di lavoro, alla macchina del caffè, o in famiglia. E’ un racconto quasi sempre diverso da quello comunicato per le vie ‘ufficiali’ e presenta la caratteristica di non appartenere a nessuno, è inafferabile.

In questi casi l’unico strumento a disposizione è la cosiddetta contro-narrazione ovvero la costruzione di un racconto coerente con quanto l’organizzazione intende perseguire, ma ampliato al punto tale da abbracciare la contro-narrazione costruita socialmente dal basso.

  • Il secondo rischio viene dall’alto. E’ il destino di molti progetti di cambiamento nel contesto delle PMI, quando è presente un imprenditore, che ha ingaggiato un manager esterno al quale delegare parte del suo potere allo scopo di arrivare all’obiettivo.

In questo caso accade spesso che da un iniziale perfetto allineamento sul senso di quello che dovrà accadere tra imprenditore e manager, ci sia nel proseguo dell’incarico un progressivo divergere.

Per esempio, non appena conquistati i primi risultati è tipico che un manager persegua un percorso di ottimizzazione continua dei processi. L’imprenditore dal canto suo – pensando ‘il peggio è passato’ e volendosi  riprendere le deleghe concessse, inizia l’allontanamento del manager, con tutte le conseguenze che ci si può immaginare…

 

Il caso

Analizziamo per la carta de ‘Il senso’, un’azienda di consulenza nella quale il cambiamento era necessario a causa di un calo dei ricavi, che durava ormai da troppi anni.

L’imprenditore a capo della società, dotato di grande carisma e determinazione, soffriva moltissimo la situazione. Erano mesi che si aggirava dolente ed arrabiato per l’incapacità di trovare una soluzione di breve periodo.

La causa era riconducibile alla scarsa ‘managerializzazione’ dell’azienda, governata nei minimi dettagli dall’imprenditore stesso, il quale, in un momento di lucidità, ha dovuto ammettere di avere bisogno di una figura esterna.

Al mio ingresso, mi ha pubblicamente delegato la responsabilità di iniziare un processo di rinnovamento organizzativo a 360°. Avrei avuto il ruolo di General Manager, assumendo la posizione di Leader in sua vece.

Alla presentazione del progetto l’imprenditore – al mio fianco – annuiva leggeremente con il capo. Scoprii rapidamente che i dipendenti conoscevano il loro imprenditore molto meglio di me.

Venni a sapere che le persone stavano scomettendo su quanto sarei rimasto: non ero il primo che ci provava.

Business Plan

Ho iniziato a redigere il business plan, ridisegnare l’organigramma e mappare i processi principali. Ero alla ricerca delle sacche di inefficienza per poter ridurre i costi e i prezzi che erano diventati fuori mercato. Vera causa del calo di ricavi.

Dopo sole quattro settimane, l’imprenditore iniziava a dare chiari segnali, che fosse il tempo di riprendersi in mano l’azienda. Era quello che tutti si aspettavano da lui, il solito copione. Alcuni avevano modo di farglielo sapere.

La contronarrazione dal basso esultava per essere riusciti ad azzeccarci anche questa volta.

Sono invece rimasto nove mesi.

Esperienze pregresse mi avevano suggerito di costruirmi una piccola area di indispensabilità, giusto per prevenire attacchi e darmi il tempo di proseguire il mio lavoro.

Ecco perché mi ero dedicato fin dal primo giorno a mappare i processi. Dopo quattro settimane ne avevo pieno controllo, posizione chiave per finalizzare l’importante progetto IT, che ora poteva ripartire.

All’imprenditore conveniva lasciarmi fare, almeno ancora un pò… Dandomi così tempo di modificare il tono della mia comunicazione da ‘Leader eroico’ a ‘strumento speciale’, restituendo all’imprenditore la posizione forte.

Per quello che riguarda la contronarrazione dal basso, i frequenti contatti con il personale, mi ha permesso di chiarire chi avesse il maggiore controllo del racconto del cambiamento.

La morale

Sul retro della carta uno dei suggerimenti, che mi sento di elargire con maggiore enfasi a chi si addentra nella pericolosa distesa del cambiamento:

Il senso del cambiamento si genera dal basso o dall’alto?

Testi e Voce narrante – Alessandro Lotto

Testo originale sigla – produzione – montaggio – redazione a cura di Storybizz

Jingle inziale – Andrea Usai – Wogiagia

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