Le puntate

del podcast

Come narri le meraviglie della tua impresa?

LA- Recitare con la voce (StoryVoicing #04)

Recitare è una bella sfida. Recitare con la sola voce è una sfida ancora più bella.

Vediamo come può aiutarci nel “parlare bene” e migliorare la nostra comunicazione.

Recitare con la voce: chi è e cosa fa un voice actor

Se pensiamo a coloro che usano la propria voce per lavoro a cosa pensiamo?

Solitamente agli speaker radiofonici, ai presentatori, ai doppiatori.

Io stesso, per semplicità, talvolta mi presento come doppiatore quando voglio far capire in maniera rapida che lavoro nel campo della voce professionale.

Eppure, da “mezzo copywriter” quale sono (non a caso ho scelto di farmi chiamare “il CopyVoicer“), sono molto puntiglioso quando si tratta di dosare con cura ogni singolo vocabolo.

E sono consapevole che quando dico, sempre per amor di brevità, che sono un doppiatore, in qualche modo sto dicendo una inesattezza, o comunque non mi ritengo soddisfatto.

E lo stesso avviene se mi definisco genericamente “speaker”.

No, ci vuole un’altra parola.

Per un bel po’ di tempo ho cercato una qualche espressione che incapsulasse in maniera chiara e inequivocabile chiunque faccia della propria voce una competenza professionale, facendo però distinzione rispetto ad altri tipi di professionisti della voce (pensiamo ad esempio ai cantanti o, appunto, agli speaker radiofonici).

Poi, finalmente, l’ho trovata. Ma non nel vocabolario italiano.

C’è infatti un termine anglofono che identifica in maniera trasversale chiunque faccia del recitare con la voce la propria professione, pur senza necessariamente lavorare nella catena di produzione del doppiaggio o in radio.

E questa parola è voice actor.

Attore vocale.

Talvolta viene indicato anche come voice artist o voice talent, ma actor lo trovo un termine più concreto e appropriato (e, se volete, dignitosamente umile).

In questo episodio vi racconto in cosa si differenzia il voice actor, tecnicamente parlando, dal doppiatore in senso stretto, pur essendone imparentato (e in molti casi un suo collega).

E soprattutto provo a spiegarvi perché, a mio avviso, essere un po’ “attori vocali” può aiutare il nostro parlare bene.

recitare con la voce

Photo Credit: Avel Chuklanov on Unsplash

Recitazione vocale: autenticità o finzione?

Recitare con la voce può sembrare un modo di intendere il parlato come qualcosa di finto.

Non è così, o almeno il sottoscritto non lo intende in questa maniera.

Per esperienza, azzardo ad affermare, che mettere un po’ di se stessi nella recitazione aiuta la propria interpretazione, tanto quanto mettere un po’ di “teatralità” nella vita di tutti i giorni aiuta il proprio modo di parlare.

Provo a spiegare quindi, in questo nuovo episodio di StoryVoicing, cosa possiamo “rubare” alle tecniche della recitazione per imparare ad esprimerci in maniera più efficace pur rimanendo noi stessi.

Trovate l’episodio, come sempre, incorporato nel player in cima a quest’articolo.

Oppure potete trovarlo su Spreaker e su Spotify.

Buon ascolto!

 

 

 

LA- Testo e voce: come affrontare una narrazione complessa (StoryVoicing #03)

Enunciare ad alta voce un testo lungo e complesso: come si fa?

Scopriamolo insieme!

 

Mettere in voce testi lunghissimi: niente paura!

Immagina questo scenario.

Ti chiedono di dar voce ad un video, che magari andrà sul canale YouTube dell’azienda in cui lavori.

E’ un contenuto che andrà a spiegare la storia della vostra startup, di cosa si occupa e in che modo può aiutare i vostri potenziali clienti. (Non è così improbabile: gran parte dei miei lavori di speakeraggio per il marketing consistono in questo, per le aziende dei miei clienti).

Ti sei procurato un bel microfono professionale, ti prepari a registrare, apri lo script e… cavolo, ma cos’è quella roba?!

Ti ritrovi un testo lunghissimo, pieno di paroloni e di periodi che non finiscono mai.

Sembra scritto da un Cicerone dei tempi moderni.

Ce la farai a “metterlo in voce” in maniera chiara e senza strafalcioni?

Ma certo che sì, grazie ai nostri consigli!

 

Testo e voce, i migliori amici dello speaker

Sembrerà banale, ma il testo è l’essenza del contenuto che andrai a mettere in voce.

Che si tratti di una presentazione, di una voce fuori campo per un video, di uno spot radiofonico, di una lezione o corso da registrare, di un podcast… tutto parte da un testo.

Da un buon testo, mi permetto di aggiungere.

E un buon testo, tendenzialmente, è scritto per essere comprensibile.

Tuttavia, un testo ben scritto non sempre è un testo breve.

E ciò che è chiaro in lettura non è detto che lo sia anche in ascolto.

Questo per diversi motivi: il lettore potrà gestire il proprio tempo di lettura, potrà eventualmente tornare all’inizio di una frase e rileggerla per coglierne più a fondo il significato, potrà soffermarsi su qualche parola più ostica.

L’ascoltatore, invece, dovrà affidarsi al parlante.

Nelle occasioni dal vivo avrà una sola chance per cogliere il significato e il messaggio di quella lezione, di quel corso, di quella presentazione.

Quanto alle occasioni multimediali, è vero che un video può essere “riavvolto” e dunque riascoltato ma, specie se non ci sono sottotitoli o slide di supporto, una “cattiva” voce narrante rischierà di essere incomprensibile anche al decimo o centesimo ascolto.

Ecco perché, quando sei tu a dover fare da voce narrante, devi tenere ben presente le esigenze del tuo ascoltatore.

E hai una missione: rendergli il più chiaro possibile il contenuto che andrai a mettere in voce.

Insomma, se in generale una buona comunicazione avviene (anche) attraverso un efficace storytelling, una buona comunicazione orale avviene (anche) attraverso una efficace narrazione in voce.

L’ottima notizia è che il testo è lì proprio per quello: per aiutarti a rendere efficace la tua comunicazione.

 

Cosa troverai in questo episodio

In questo episodio di StoryVoicing troverai consigli per affrontare senza timore testi lunghi o complessi.

Non solo!

Troverai indicazioni per maturare una tua musicalità nel parlato.

Proprio così: parlare bene, o per meglio dire parlare in modo efficace, significa anche “saper suonare una melodia con le parole”.

Che non vuol dire esattamente cantare, ma… ascolta l’episodio, per capire cosa intendo!

Infine, troverai qualche indicazione per essere a tua volta un bravo creatore di testi.

Perché uno speaker non necessariamente si ritrova a mettere in voce contenuti esclusivamente altrui, anzi: molte volte può capitare di creare contenuti propri con scrittura e voce (esattamente come faccio io: non a caso mi definisco “CopyVoicer“), e scrivere testi già “pensati” per l’audio può aiutarne la resa.

Insomma, spero che questo appuntamento possa facilitare la tua vita da speaker!

 

Trovi l’episodio in cima a questo articolo, nel player, oppure sulla piattaforma che preferisci, ad esempio su Spotify.

Buon ascolto!

LA-Nasce StoryVoicing, il podcast per parlare bene

Tutti sappiamo parlare. Ma come si fa a parlare bene?

E cosa vuol dire “parlare bene”?

C’è qualcosa che non va con la nostra voce, con il nostro modo di esprimerci?

Parlare bene per comunicare meglio

Tranquilli, non c’è nulla di cui preoccuparsi.

Ognuno di noi, dalla nascita, è istintivamente portato a parlare.

Fa parte di noi, sia come esseri umani che come membri della società.

L’emissione di determinati suoni, unita ai significati che il nostro linguaggio di appartenenza fornisce loro, fa sì che crescendo impariamo più o meno automaticamente a comunicare attraverso la voce.

Diventando grandi, il nostro modo “istintivo” di parlare si evolve, cresce con noi, si arricchisce di sfumature, di connotazioni dovute alla nostra comunità di riferimento (la nostra famiglia, la nostra città, la nostra regione), alla nostra cultura, alla nostra professione e così via.

Questo fa sì che ogni parlante di una lingua, per quanto apparentemente unica, abbia un modo di comunicare con la voce tutto suo: probabilmente un chirurgo di Modena avrà un modo di parlare diverso rispetto a un ingegnere di Lecce, ed è solo un esempio a caso.

La buona notizia è che, per quel che serve nella vita di tutti i giorni, parlare nel modo che ci è stato in parte insegnato in parte “trasmesso” è più che sufficiente.

Ma c’è una notizia ancora migliore: per quanto non ci sia nulla di male nel modo in cui già parliamo, si può imparare a comunicare ancora meglio!

parlare bene

Photo Credi: Andrea Piacquadrio on Pexel

A che serve “parlare bene”?

Può capitare, infatti, che nella vita di tutti i giorni o nel contesto lavorativo in cui ci troviamo, dobbiamo affrontare conversazioni che necessitino di chiarezza assoluta, di totale assenza di equivoci.

Pensiamo all’ambito medico, ad esempio, dove una parola può fare la differenza in situazioni estremamente delicate.

In molte altre situazioni, invece, dobbiamo catturare l’attenzione di un pubblico più o meno numeroso, ed essere convincenti e persuasivi in ciò che diciamo.

Ad esempio in una presentazione aziendale, quando ci rivolgiamo agli altri organismi della nostra azienda.

O quando vogliamo convincere un nuovo potenziale cliente o investitore a credere in noi o in un nostro prodotto.

O nei casi in cui ci troviamo a tenere lezioni o interventi formativi: saper insegnare senza annoiare è fondamentale.

Ecco, quante volte può capitarci di sentirci dire “Scusa, puoi ripetere?”?

Quante volte può succederci di “mangiarci le parole”, di trovarci di fronte a una platea distratta o di non riuscire a rendere chiaro o convincente un certo passaggio?

Tutto questo ha a che fare con la comunicazione.

Una “cattiva”, o non efficace, comunicazione non è chiara, non convince, non mantiene l’attenzione.

Una “buona” comunicazione, invece, rende chiaro, convincente e accattivante il contenuto.

Parlare bene, dunque, significa fare un uso efficace della propria voce in quanto strumento di comunicazione.

Come si può imparare a parlare bene?

E’ con questo scopo che nasce StoryVoicing, il podcast creato da Lorenzo Abagnale “il CopyVoicer” e da StoryBizz per esplorare, sviscerare e comprendere i meccanismi di funzionamento di una buona comunicazione attraverso la voce.

StoryVoicing, cover in black (by CopyVoicer + StoryBizz)

 

Perché “Story”?

Siamo pur sempre su StoryBizz, dopotutto, e sappiamo quanto sia importante la narrazione, lo storytelling, come efficace strumento di comunicazione.

In fondo, come afferma un proverbio di alcuni nativi americani, those who tell the stories rule the world (“Coloro che raccontano le storie governano il mondo”).

Governare il mondo forse no, ma saper raccontare ci aiuta moltissimo ad ottenere risultati efficaci nella nostra comunicazione.

Perché “Voicing”?

Attraverso un uso consapevole della nostra voce possiamo migliorare il nostro modo di comunicare a più livelli, che sia nella vita privata, nell’ambito professionale o, in maniera più specifica, nel mondo della comunicazione e del marketing, tanto dal vivo quanto nei sempre più numerosi media che permeano il nostro mondo.

E l’oralità non è forse la più antica forma di narrazione?

La voce nei media di oggi

Presentazioni, video-conferenze, stories sui social, canali YouTube hanno tutti una cosa in comune: nella stragrande maggioranza dei casi non possono fare a meno della parola, della voce.

Quindi perché non imparare a usare la propria voce per “parlare bene”?

Questo progetto, in particolare, è un podcast: un medium relativamente nuovo che si sta facendo sempre più spazio tanto tra i consumatori quanto negli strumenti di marketing e comunicazione di imprese e media companies.

Ed è con un occhio di riguardo ai podcaster, già attivi o ancora potenziali, che StoryVoicing si rivolge.

A chiunque abbia intenzione di prendere un microfono e avviare un progetto attraverso il quale raccontare, attraverso la voce, la propria storia o le proprie storie a chiunque abbia voglia di ascoltarle.

Perché, in fondo, è un momento d’oro per avviare un podcast.

Un’esperienza tra voce e comunicazione

Con StoryVoicing, dunque, StoryBizz e il sottoscritto Lorenzo Abagnale, che ha fatto dell’unione di voce e comunicazione la sua principale competenza, vi condurranno in un viaggio per conoscere sempre meglio e utilizzare sempre più efficacemente la vostra voce.
A partire dal primo episodio…

Buon ascolto!

AL – Carta 5C – Le persone

Le persone

Siamo arrivati all’ultima carta: quella dal titolo ‘le persone‘. Si colloca all’ultimo passo del viaggio, quello del ritorno a casa. Al livello più profondo, quello esistenziale/emozionale.

E’ la destinazione finale del viaggio vissuto, il più distante dai dati e dalle politiche.

Proviamo a ripercorrerlo immaginando di rivolgerci ad un immaginario protagonista. Ha iniziato il percorso accettando la chiamata all’azione in nome dei suoi ‘difetti fatali’. Difetti che ritiene, a ragione, essere la sua fonte di energia primordiale, quella energia a cui attingere nei momenti di difficoltà. Energia necessaria per partire, per affrontare un mondo nuovo, un’altra volta…

E’ un mondo il cui immaginario è definito dal suo sistema di valori, gli unici ad essere immutabili, e che quindi possono assicurare a te e alle persone  – che lo accompagneranno – solidità e coerenza.

Il cambiamento

E’ con questa solidità e coerenza, che affronterà i guardiani della soglia, gli avversi al cambiamento, che possono bloccare il suo percorso. Questi provano la rabbia di chi sente che il cambiamento farà loro perdere qualcosa a cui tenevano… tanto.

Il modo con cui intende gestirli, sarà di averne rispetto, non solo di loro ma anche della loro rabbia, perché è espressione del fatto che ci tengono. Punto.

Lungo il difficile percorso del cambiamento il modo con cui sceglie di mantenere la via è quello della cura delle persone, in rapporti uno a uno, avendo la responsabilità di quei singoli con i quali ha contratto ‘accordi psicologici’, scritti con una parola o una stretta di mano. Perché è convinto che saranno questi ad essere a loro volta i leader quando ne avrà il bisogno.

Ed ora siamo arrivati a questo ultimo passo, quello del ritorno a casa.

Il ritorno a casa

Deve essere progettato fin dal primo giorno. Non è determinato dal raggiungimento di un numero o di un particolare tipo di organizzazione ma è definito dalle persone stesse.

Quelle che ti assicureranno che il cambiamento si manterrà anche senza il tuo controllo, il cui comportamento sarà perfettamente allineato con quanto l’organizzazione necessita. Per il semplice fatto che non hai imposto loro una cultura o una organizzazione.

Al contrario, cultura e organizzazione si sono piegate attorno a loro, alle persone di talento e di dedizione, che quindi potranno esprimere la loro energia e la loro intelligenza al meglio, senza che serva il controllo, senza che serva nemmeno la tua presenza permettendoti di ritornare a casa.

Qui termina quello che può sembrare un racconto utopico e idealista, incompleto per essere la storia di un reale cambiamento organizzativo.

Attenzione però che il racconto vissuto da un immaginario protagonista, il cui viaggio si sia realizzato unicamente sul livello dei dati/informazioni o unicamente sul livello politico/relazionale, apparirà altrettanto incompleto.

Your Change Canvas

Il punto è che il Canvas rappresenta un insieme di 15 aree, le quali devono tutte essere presidiate, e una persona sola non potrà mai risucirci.

Serve un team di persone per poter governare tutte le aree; persone che abbiano diversi approcci, sensibilità e linguaggi.

Proprio quelle differenze, che in tanti progetti di cambiamento, sono stati motivo di conflitto e di rottura.

Your Change Canvas permette di fare emergere queste differenze e di dargli un ruolo completamente diverso.

Agli occhi di ognuno le differenze con l’altro si riposizionano in capacità di presidiare aree distanti di una stessa mappa. Tutti si è collocati, tutti devono attraversare il percorso per arrivare alla fine del viaggio comune.

Siamo arrivati così alla fine del nostro viaggio di illustrazione di Your Change Canvas ma pronti ad iniziare ad usarlo per i nostri obiettivi di business, elevati e ambiziosi…
Testi e Voce narrante – Alessandro Lotto

Testo originale sigla – produzione – montaggio – redazione a cura di Storybizz

Jingle inziale – Andrea Usai – Wogiagia

AL – Carta 5B – La cultura nuova

La cultura nuova

Decidere di tornare a casa da un viaggio, specie se si è nelle condizioni di farne a meno e poter rimanere nel luogo, che si è raggiunto con tanta fatica, è una scelta difficile, quanto quella di dare inizio al viaggio stesso.

Ma è necessario non solo farlo ma addirittura progettarlo fin dall’inizio, con la massima cura, che definisce l’esatto momento nel quale il tempo di tornare è finalmente arrivato.

La carta precedente si riferiva agli ‘strumenti’ e metteva fine ad un viaggio dominato da temi pragmatici: metriche, dati, numeri, piani industriali.

La carta della cultura nuova, al livello delle ‘relazioni, termina un viaggio definito da un linguaggio, nel quale i termini più usati si riferiscono all’insieme delle persone.

Sto parlando della squadra, degli stili di leadership, dell’energia organizzativa, della comunicazione del senso.

Quest’ultimo punto in particolare si riferisce a quel tipo di senso, che si comunica in situazioni one-to-many. Quando il racconto dominante del cambiamento è in mano ad una singola persona, che comunica attraverso atti quasi ‘performativi’.

Plenarie oppure eventi creati appositamente.

Il leader 

Il centro è quindi il leader, termine con il quale non necessariamente si intende un leader accentratore, ma un soggetto, che si prende la responsabilità del viaggio da compiere, senza delegare la responsabilità al dato o ai singoli.

Ecco perché questo ritorno a casa è particolarmente difficile. La tentazione, da parte del leader, di rimanere il protagonista del viaggio non permettendo che arrivi al termine, è particolarmente forte.

E’ il leader, che deve decidere di non esserlo più e lasciare che l’organizzazione prosegua da sola, in un nuovo involucro, una sorta di scafo la cui struttura le permetta di affrontare in indipendenza il futuro.

Il tema è quanto questo involucro sia veramente indipendente dal leader e che non affondi nel breve o medio termine in assenza di questo.

Lo spessore di questo scafo è definito da quella che viene solitamente chiamata con il nome di ‘Cultura Aziendale’.

Un termine con il quale si definisce quell’insieme di abitudini, rituali, usi, valori, spazi, linguaggi, processi informali, dove le persone hanno la percezione di essere parte di un organismo terzo dotato di una sua vita indipendente.

Si potrebbe quindi sostituire la popolazione di un’intera organizzazione e i nuovi componenti tenderebbero a comportarsi nella stessa maniera di quelli precedenti.

A riguardo si possono distinguere due tipi di cambiamento di cultura:

  • nel primo è possibile mantenere i fondamentali della cultura dominante corrente, aggiungendo o modificandone degli elementi;
  • nel secondo è necessario cambiare radicalmente quel set di attributi, che definisce una cultura in essere.

Il cambiamento radicale può essere dovuto ad un altrettanto radicale cambiamento delle esigenze del mercato di riferiemento o a causa dell’ingresso nel mercato di un category killer (come può essere stato Ikea per il business dell’arredamento).

La distinzione in termini più tecnici tra l’uno e l’altro può essere fatta in termini di contesto complicato o complesso.

Il primo tipo di cambiamento può riferirsi a contesti complicati, nei quali la soluzione non deve necessariamente cambiare il contesto di origine. Nel secondo caso, il problema è complesso. Risiede nel business model complessivo di una organizzazione e necessita un intervento più ampio. In questi casi la soluzione deve puntare al contesto nel quale si colloca il problema, più che al problema stesso.

Si potrebbe pensare che un cambiamento radicale di cultura implichi operare un turnover completo delle persone di un’organizzazione, ma il caso che vado a raccontare mostra che non sempre è necessario.

 

Il caso

Si tratta di un’azienda del settore delle calzature da uomo di media-alta gamma.

Ha più di un secolo di storia e ha sempre puntato sullo stesso target: l’uomo elegante e raffinato la cui vita sociale prevede numerosi eventi mondani. Galà, teatro, cene istituzionali, eventi, che richiedono una calzatura sofisticata e particolare.

Ha vissuto più passaggi generazionali, che non hanno mai avuto la determinazione di diversificare i destinatari, chiaramente destinati a ridursi, per il progressivo invecchiamento della clientela storica sempre meno incline a partecipare ad eventi.

Il problema, dal punto di vista dell’imprenditore, era che l’intera organizzazione dalle vendite all’ufficio stile, al back office non era in grado di affrontare nessun altro tipo di cliente. Lui stesso era ingabbiato dalla cultura dominante, che i suoi precedessori avevano creato.

Sono bastate poche interviste al personale per capire che in realtà non c’era nessuna gabbia ‘culturale’ e che tutti erano pronti a cambiare abitudini, comportamenti pur di attuare un cambiamento da troppo tempo procrastinato.

L’unica gabbia era l’imprenditore stesso, che doveva essere cambiato.

A questo è stato suggerito di vendere la maggioranza dell’azienda al management esistente, che ha ricostruito da zero i processi valorizzando il brand storico associato alla iconica ‘bella vita’ su un target più giovane e con elementi di stile più vicini alla moda attuale.

L’operazione ha energizzato un’organizzazione – ormai depressa – salvandola dalla chiusura certa.

 

Sul retro della carta una domand, che stimola una riflessione sulla connessione che esiste tra cultura e persone:

La cultura soppravvive alle persone?

 

Testi e Voce narrante – Alessandro Lotto

Testo originale sigla – produzione – montaggio – redazione a cura di Storybizz

Jingle inziale – Andrea Usai – Wogiagia

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